Mirandolina rivela il talento di Aliverta

Nella farraginosa stagione esti-va della Fenice, splende comunque “Mirandolina” di Bohuslav Martinu, il maggior compositore ceco del secolo scorso dopo Janacek. Quest’opera, tratta dalla “Locandiera” di Goldoni, ridotta sempre in italiano dallo stesso musicista, è un piccolo capolavoro retrospettivo che cancella gli elementi di critica sociale di Goldoni e crea uno stile di giocoso divertimento legato alla cultura neoclassica francese. In controluce naturalmente l’eco di Stravinsky, ma alieno dal formalismo oggettivo e dall’intellettuale distacco con una soggettività amabile e accattivante. Le fonti sono plurime fino al “Falstaff” nei concertati buffi. L’invenzione di Martinu si impone soprattutto nella varietà e nella malizia dell’orchestra-zione. Affiorano talora consonanze nella spigliata recitazio-ne con il compositore goldoniano più celebre, Wolf-Ferrari, ma la scrittura è più sapiente. Dopo regie deboli (Michieletto è l’eccezione che conferma la regola) La Fenice scopre un forte talento trentenne, ancora alle prime esperienze di teatro musicale. Si chiama Gianrnaria Aliverta, a mio parere tra i più dotati nuovi registi italiani. Lo spettacolo è attualizzato, con un orecchio sensibile alla musica. Non c’è la pungente asprezza di Goldoni, ma un racconto sorridente e ironico ben articolato nello sviluppo dell’azione. Massimo Checchetto ha ideato una scenografia di limpido effetto visivo: stanze-scatola ruotanti con vari ambienti domestici e Spa. Uno spettacolo semplice e poco costoso. La compagnia di canto è ben coordinata. La protagonista Silvia Frigato è una cantante di perfetta formazione baroc-ca e belcantistica. In Martina rivela una levigata grazia, ma la sua vocalità è ancora troppo cameristica. Di bella evidenza Omar Montanari, brillante cantante-attore, Marcello Nar-dis e Bruno Taddia: sono i tre spasimanti sedotti dalla locan-diera. Il direttore John Axelrod imprime un’eccezionale incisi-vità novecentesca dimostran-do carne un’opera che guarda al passato suoni comunque moderna.

di Mario Messinis su Il Gazzettino

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La Voce umana e il Diario di uno scomparso dittico audace con ottime interpretazioni

 

VENEZIA – Nel bel volume-pro-gramma edito dalla Fenice viene ristampata una mia vecchia stroncatura della ‘Voce uma-na” di Poulenc. Era il 1970 e dominava il moralismo della neoavanguardia e l’influenza di Adorno. Ma oggi, in una prospettiva del Novecento aper-ta al molteplice, quest’opera risulta una delle più significati-ve riuscite teatrali del secolo scorso. Una donna parla al telefono della sua disperazione, rivolgendosi all’amante che l’ha abbandonata: idea drammatica di affascinante snobismo del dramma di Cocteau. Continua a leggere